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Domenico David

Una strada scura che si perde all’orizzonte. Un cielo impenetrabile. Di un nero così profondo da diventare cappa, coperchio, verrebbe da dire. Tra buio e buio, simile a un’apparizione, un edificio materializzato dalla luce. Forse, un edificio. Perché in realtà è la nostra immaginazione a fare di quel parallelepipedo un’architettura creata dall’uomo, la vuole il nostro cervello, sempre ansioso di trovare risposte razionali e tranquillizzanti. Non potrebbe essere altrimenti: è molto più rassicurante pensare a uno scorcio di periferia colto nel cuore della notte, improvvisamente illuminato dai fari di un’auto di passaggio, che non ai misteriosi equilibri di una tavolozza anarchica, selvaggia. Una tavolozza che prima sperimenta instancabile le innumerevoli possibilità del nero – da quello vellutato e pastoso, il nero di Manet, alle cromie cangianti del petrolio, fino a onde che stemperano nel porpora – e poi su quel nero irrompe in spatolate di luce bianca e calcinata, in pennellate gialle o ocra, larghe e materiche, che si snodano incongruenti in primo piano come serpenti acefali, in saette perdute, in scie misteriose, in sgocciolamenti che fuggono verso i lati della tela.

Domenico David è un figurativo pentito. Un moderno romantico che attribuisce enorme importanza all’istinto e all’emozione. Un astrattista nell’anima che coltiva la non comune abilità di filtrare il reale per restituirlo come partitura di luci e di ombre. Un compositore capace di dosare il colore con mani leggerissime, come un archetto sapiente che sfiora le corde di un violino, senza sbavature né eccessi, senza una sola nota stonata, lasciando ogni volta lo spettatore in uno stato d’animo sospeso e sognante, in bilico tra riconoscimento e fantasia, tra ricordo seppellito nella coscienza e premonizione.                                                              

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